Come su tutte le Alpi, anche nella cerchia alpina e prealpina del Friuli Venezia Giulia, l’alpeggio ha una sua storia secolare con ritmi, tempi e usanze ataviche.
La transumanza trova testimonianze precise nel periodo del Patriarcato di Aquileia (1077-1420). Particolare importanza assume la concessione, fatta nell’anno 1275 dal patriarca Raimondo della Torre alla popolazione della Carnia, di poter mettere a coltura i terreni sino allora utilizzati come prato e pascolo, dietro corresponsione di una “decima”.
Le aree più comode furono trasformate in coltura per cercare di soddisfare le crescenti necessità alimentari della popolazione. La conseguente perdita di appezzamenti agricoli spinse alla ricerca di pascoli sostitutivi, provocando l’espansione di quelli in quota, ottenuti per disboscamento. Nei fondi di media montagna sorsero degli stavoli “stâi” atti alla conduzione estiva del bestiame: esso saliva a giugno e si nutriva utilizzando i prati distanti dal paese, mentre le foraggere di fondovalle venivano falciate per costituire la riserva di fieno per la stagione fredda. A quote più elevate sorsero le malghe.
Caduto il Patriarcato e subentrata la Repubblica di Venezia (1420-1797), lo sfruttamento degli alpeggi fu regolamentato e furono posti dei divieti per pecore e capre al fine di proteggere soprattutto i boschi di faggio.
Nel breve periodo napoleonico (1797-1814) sorsero i Comuni e non ci furono novità per le terre alte.
Durante il dominio asburgico (1814-1866), l’utilizzo dei pascoli e dei boschi venne sempre più regolamentato e i Comuni, che dai patriarchi avevano avuto in dono le malghe, vendettero alcune proprietà a dei privati.
In questo periodo assunse notevole importanza il censimento dei pascoli alpini; il fatto che a loro venisse attribuita una rendita ai fini fiscali, superiore a quella dei prati vicini ai paesi o di fondovalle, sta a dimostrare l’importanza assunta dalle malghe per l’amministrazione asburgica.
Dal 1866 il Friuli venne annesso al Regno d’Italia e le leggi di fine secolo favorirono i boschi a scapito dei pascoli, ma la gran parte delle malghe, per la loro ubicazione spesso oltre il limite della vegetazione arborea, non ne risentirono.